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Giornalismo partecipativo, detto anche giornalismo collaborativo o, in inglese, citizen journalism, open source journalism o street journalism, è il termine con cui si indica la forma di giornalismo che vede la "partecipazione attiva" dei lettori, grazie alla natura interattiva dei nuovi media e alla possibilità di collaborazione tra moltitudini offerta da Internet. Chi pratica giornalismo partecipativo è detto giornalista partecipativo o, in inglese, citizen journalist. Le forme del giornalismo partecipativo sono variegate e si possono distinguere anche per il grado di coinvolgimento dei lettori. Steve Outing, senior editor del Poynter Institute for Media Studies, ha proposto una classificazione basata su 11 livelli di profondità. Si va dal livello più superficiale, la possibilità per gli utenti di inserire commenti agli articoli, alla sollecitazione dei racconti degli utenti su determinati argomenti, dalla consultazione durante la creazione dei contenuti ai blog ospitati o aggregati sul sito, fino ai siti interamente costruiti grazie ai contributi degli utenti, che possono essere a loro volta sottoposti a controllo editoriale o completamente liberi. In Italia sono sorte polemiche se il mondo dei siti web debba rimanere senza vincoli legislativi e soggetta solo ad una autoregolamentazione, oppure in alternativa se debbano essere applicate le norme sulla stampa. Nell'ottobre del 2007 il governo ha presentato un disegno di legge sulla riforma dell'editoria in cui aveva stabilito per i siti l'obbligo della registrazione. La dura replica del mondo web ha portato alla precisazione da parte del sottosegretario Levi che la norma non avrebbe trovato applicazione ai blog.


Quattro esempi per parlare di giornalismo multimediale e web doc

by Giulia Perona

Quattro storie diverse per raccontare il giornalismo che cambia e diventa multimediale. Quattro prodotti in cui media diversi si combinano per dare al lettore un’esperienza immersiva e di impatto. È stato questo il panel Giornalismo multimediale e produzione visiva, in Sala del Dottorato venerdì 17 aprile. A parlare della loro esperienza: Giordano Cossu, Arnold van Bruggen, Jacopo Ottaviani e Andrea Marinelli che, con le loro produzioni più significative, hanno raccontato una professione in divenire.

Ruanda: 20 anni dopo. Ritratti del cambiamento
Giordano Cossu è il fondatore di Hirva Lab, una società di produzione che si occupa in particolare di temi sociali, di sviluppo sostenibile e crisi umanitarie, «I temi con cui si cerca di sensibilizzare il pubblico a mobilitarsi, con progetti che durano nel tempo». Nel 2014 Cossu ha lavorato al progetto Ruanda 20 anni dopo. Ritratti del cambiamento, pubblicato in Italia da La Stampa e vincitore del Prix Italia. Il progetto è un viaggio multimediale in un villaggio del Ruanda, una piattaforma in cui, attraverso le schede dei personaggi e le infografiche a loro collegate, scopriamo le storie complesse che compongono questo mosaico di relazioni: navigando, è possibile scoprire i legami tra ogni persona, in un luogo dove le vittime e i carnefici di vent’anni prima si ritrovano a vivere a distanza di poche case.
«Il formato è appassionante, permette di trovare per ogni narrazione la forma migliore con cui raccontarla. Inoltre, questi web doc hanno una vita anche dopo la loro diffusione: dopo essere stato pubblicato su siti francesi e italiani, l’azione non si è fermata lì, la storia continua. Oltre alle proiezioni standard del documentario in versione lineare, stiamo portando avanti una mostra fotografica interattiva con un’app per smartphone, degli eventi che poi girano in varie città».

The Sochi project
Per cinque anni, l’autore Arnold van Bruggen e il fotografo Rob Hornstra hanno viaggiato attraverso la Russia delle olimpiadi 2014 per essere testimoni della nascita e della costruzione dei giochi olimpici più costosi di sempre. Il teatro del progetto è Sochi, una città della Russia meridionale nota come centro di villeggiatura, ma situata in mezzo a una zona di conflitto: come scrivono gli autori, infatti, «sulle montagne del Caucaso non c’è solamente neve, ma una continua guerra contro i ribelli separatisti». Van Bruggen e Hornstra hanno iniziato il progetto cercando finanziamenti attraverso il crowdfunding, «che in quegli anni era ancora una novità – racconta l’autore olandese e fondatore di
Prospektor – per cinque anni abbiamo viaggiato e raccontato tutte le vicende che stavano accadendo lì dove erano previste le olimpiadi, siamo partiti con grande anticipo perché non potevamo semplicemente stare a guardare così abbiamo creato una piattaforma per raccontare come stavano andando le cose. Siamo stati arrestati più volte e abbiamo avuto diversi problemi con la polizia, ma questo ci ha dato grande attenzione mediatica.»
Partire da un’idea per cercare di capire quale forma è la migliore. Un multimedia journalism che riflette sui diversi media a sua disposizione per declinare la storia attraverso le forme più consone. «In che modo possiamo raggiungere il pubblico più ampio? In Olanda il 90% del tempo dedicato a internet si riduce a 15 pagine del web, mentre il 60% del suo utilizzo passa attraverso il mobile. Sono numeri su cui riflettere, ci sono domande che dobbiamo porci».

The dark side of the italian tomato
The dark side of the italian tomato è un web doc sull’industria del pomodoro in Africa, su come i sussidi europei costringono gli agricoltori in Ghana ad abbandonare la loro terra, su come ci sia un legame tra i pomodori esportati e gli sbarchi dei migranti.
«Si tratta di un formato immersivo, una pagina web che si sviluppa attorno a vari elementi – racconta Ottaviani – volevamo trovare un modo di congiungere il data journalism e il reportage tradizionale, vecchia scuola. La potenza dei dati in questo caso è quella di dare la grande immagine dei fenomeno. Prodotti come questi possono essere rimpacchettati, ripubblicati su piattaforme diverse» Il web doc è stato pubblicato lo stesso giorno in quattro lingue diverse (in Italia è uscito con Internazionale), così da avere un grande impatto social.
La complessità di progetti come questo necessitano della costruzione di un team di professionalità differenti. Nel caso di The dark side of the italian tomato, hanno lavorato in cinque: Ottaviani alla ricerca e data, i giornalisti Mathilde Auvillain e Stefano Liberti, il videomaker Mario Poeta e il web designer Isacco Chiaf.

Peninsula hotel
Peninsula Hotel è una rivista multimediale, presentata nel 2014 alla Biennale di Venezia, il cui obiettivo è quello di unire data journalism, video, testi, illustrazioni e immagini in un’unica piattaforma web. Un long form per raccontare le storie del nuovo made in Italy sperimentando attraverso i formati.
I protagonisti della narrazione sono professionisti che hanno ottenuto e ottengono riconoscimenti fuori dal nostro paese, «persone che hanno deciso di rimanere in Italia nonostante il loro lavoro fosse ricercato all’estero – ha spiegato Andrea Marinelli –. Ci interessava unire più forme di racconto. Ormai non basta più usare solo il video o solo il testo. È riduttivo, ti privi di un’audience e di una possibilità di raccontare. Ti privi della possibilità di trovare storie ulteriori all’interno della storia principale».
La piattaforma si propone come un prodotto giornalismo branded content di grande qualità e ha ottenuto un finanziamento da Tim. Il team che lavora a Peninsula Hotel riunisce due giornalisti, Andrea Marinelli e Serena Danna, la fotografa Giovanna Silvia con la collaborazione di Stefania Scarpini, il videomaker Masiar Pasquali e l’agenzia di information design Accurat.