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Giornalismo Multimediale, giornalismo partecipativo, detto anche giornalismo collaborativo o, in inglese, citizen journalism, open source journalism o street journalism, è il termine con cui si indica la forma di giornalismo che vede la "partecipazione attiva" dei lettori, grazie alla natura interattiva dei nuovi media e alla possibilità di collaborazione tra moltitudini offerta da Internet. Chi pratica giornalismo partecipativo è detto giornalista partecipativo o, in inglese, citizen journalist. Le forme del giornalismo partecipativo sono variegate e si possono distinguere anche per il grado di coinvolgimento dei lettori. Steve Outing, senior editor del Poynter Institute for Media Studies, ha proposto una classificazione basata su 11 livelli di profondità. Si va dal livello più superficiale, la possibilità per gli utenti di inserire commenti agli articoli, alla sollecitazione dei racconti degli utenti su determinati argomenti, dalla consultazione durante la creazione dei contenuti ai blog ospitati o aggregati sul sito, fino ai siti interamente costruiti grazie ai contributi degli utenti, che possono essere a loro volta sottoposti a controllo editoriale o completamente liberi. In Italia sono sorte polemiche se il mondo dei siti web debba rimanere senza vincoli legislativi e soggetta solo ad una autoregolamentazione, oppure in alternativa se debbano essere applicate le norme sulla stampa. Nell'ottobre del 2007 il governo ha presentato un disegno di legge sulla riforma dell'editoria in cui aveva stabilito per i siti l'obbligo della registrazione. La dura replica del mondo web ha portato alla precisazione da parte del sottosegretario Levi che la norma non avrebbe trovato applicazione ai blog.


Quattro esempi per parlare di giornalismo multimediale e web doc
by Giulia Perona

Quattro storie diverse per raccontare il giornalismo che cambia e diventa multimediale. Quattro prodotti in cui media diversi si combinano per dare al lettore un’esperienza immersiva e di impatto. È stato questo il panel Giornalismo multimediale e produzione visiva, in Sala del Dottorato venerdì 17 aprile. A parlare della loro esperienza: Giordano Cossu, Arnold van Bruggen, Jacopo Ottaviani e Andrea Marinelli che, con le loro produzioni più significative, hanno raccontato una professione in divenire.

Ruanda: 20 anni dopo. Ritratti del cambiamento
Giordano Cossu è il fondatore di Hirva Lab, una società di produzione che si occupa in particolare di temi sociali, di sviluppo sostenibile e crisi umanitarie, «I temi con cui si cerca di sensibilizzare il pubblico a mobilitarsi, con progetti che durano nel tempo». Nel 2014 Cossu ha lavorato al progetto Ruanda 20 anni dopo. Ritratti del cambiamento, pubblicato in Italia da La Stampa e vincitore del Prix Italia. Il progetto è un viaggio multimediale in un villaggio del Ruanda, una piattaforma in cui, attraverso le schede dei personaggi e le infografiche a loro collegate, scopriamo le storie complesse che compongono questo mosaico di relazioni: navigando, è possibile scoprire i legami tra ogni persona, in un luogo dove le vittime e i carnefici di vent’anni prima si ritrovano a vivere a distanza di poche case.
«Il formato è appassionante, permette di trovare per ogni narrazione la forma migliore con cui raccontarla. Inoltre, questi web doc hanno una vita anche dopo la loro diffusione: dopo essere stato pubblicato su siti francesi e italiani, l’azione non si è fermata lì, la storia continua. Oltre alle proiezioni standard del documentario in versione lineare, stiamo portando avanti una mostra fotografica interattiva con un’app per smartphone, degli eventi che poi girano in varie città».

The Sochi project
Per cinque anni, l’autore Arnold van Bruggen e il fotografo Rob Hornstra hanno viaggiato attraverso la Russia delle olimpiadi 2014 per essere testimoni della nascita e della costruzione dei giochi olimpici più costosi di sempre. Il teatro del progetto è Sochi, una città della Russia meridionale nota come centro di villeggiatura, ma situata in mezzo a una zona di conflitto: come scrivono gli autori, infatti, «sulle montagne del Caucaso non c’è solamente neve, ma una continua guerra contro i ribelli separatisti». Van Bruggen e Hornstra hanno iniziato il progetto cercando finanziamenti attraverso il crowdfunding, «che in quegli anni era ancora una novità – racconta l’autore olandese e fondatore di
Prospektor – per cinque anni abbiamo viaggiato e raccontato tutte le vicende che stavano accadendo lì dove erano previste le olimpiadi, siamo partiti con grande anticipo perché non potevamo semplicemente stare a guardare così abbiamo creato una piattaforma per raccontare come stavano andando le cose. Siamo stati arrestati più volte e abbiamo avuto diversi problemi con la polizia, ma questo ci ha dato grande attenzione mediatica.»
Partire da un’idea per cercare di capire quale forma è la migliore. Un multimedia journalism che riflette sui diversi media a sua disposizione per declinare la storia attraverso le forme più consone. «In che modo possiamo raggiungere il pubblico più ampio? In Olanda il 90% del tempo dedicato a internet si riduce a 15 pagine del web, mentre il 60% del suo utilizzo passa attraverso il mobile. Sono numeri su cui riflettere, ci sono domande che dobbiamo porci».

The dark side of the italian tomato
The dark side of the italian tomato è un web doc sull’industria del pomodoro in Africa, su come i sussidi europei costringono gli agricoltori in Ghana ad abbandonare la loro terra, su come ci sia un legame tra i pomodori esportati e gli sbarchi dei migranti.
«Si tratta di un formato immersivo, una pagina web che si sviluppa attorno a vari elementi – racconta Ottaviani – volevamo trovare un modo di congiungere il data journalism e il reportage tradizionale, vecchia scuola. La potenza dei dati in questo caso è quella di dare la grande immagine dei fenomeno. Prodotti come questi possono essere rimpacchettati, ripubblicati su piattaforme diverse» Il web doc è stato pubblicato lo stesso giorno in quattro lingue diverse (in Italia è uscito con Internazionale), così da avere un grande impatto social.
La complessità di progetti come questo necessitano della costruzione di un team di professionalità differenti. Nel caso di The dark side of the italian tomato, hanno lavorato in cinque: Ottaviani alla ricerca e data, i giornalisti Mathilde Auvillain e Stefano Liberti, il videomaker Mario Poeta e il web designer Isacco Chiaf.

Peninsula hotel
Peninsula Hotel è una rivista multimediale, presentata nel 2014 alla Biennale di Venezia, il cui obiettivo è quello di unire data journalism, video, testi, illustrazioni e immagini in un’unica piattaforma web. Un long form per raccontare le storie del nuovo made in Italy sperimentando attraverso i formati.
I protagonisti della narrazione sono professionisti che hanno ottenuto e ottengono riconoscimenti fuori dal nostro paese, «persone che hanno deciso di rimanere in Italia nonostante il loro lavoro fosse ricercato all’estero – ha spiegato Andrea Marinelli –. Ci interessava unire più forme di racconto. Ormai non basta più usare solo il video o solo il testo. È riduttivo, ti privi di un’audience e di una possibilità di raccontare. Ti privi della possibilità di trovare storie ulteriori all’interno della storia principale».
La piattaforma si propone come un prodotto giornalismo branded content di grande qualità e ha ottenuto un finanziamento da Tim. Il team che lavora a Peninsula Hotel riunisce due giornalisti, Andrea Marinelli e Serena Danna, la fotografa Giovanna Silvia con la collaborazione di Stefania Scarpini, il videomaker Masiar Pasquali e l’agenzia di information design Accurat.




(Re)defining Multimedia journalism
by Mindy McAdams* (Medium)

Nuovi modi di raccontare si sviluppano. “Snow Fall” era un progetto spartiacque, ma siamo già arrivati ben oltre. In un ampio articolo su Medium, Mindy McAdams concentra la sua attenzione sull’ innovazione nel campo delle tecniche di narrazione nel multimediale, cercando di ridefinire, appunto, che cosa sia effettivamente il giornalismo multimediale.
Non vi è accordo tra i giornalisti su cosa esattamente il termine multimedia significhi e perfino sul fatto che sia opportuno usarlo ancora.

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Le capacità specifiche relative elencate in un annuncio di lavoro potrebbero attraversare una vasta gamma , dallo sviluppatore di siti web a video-grafico. Qualche annuncio pubblicitario di lavoro specifica “padronanza nei multimedia”, con nessuna ulteriore   spiegazione. Un annuncio di lavoro del 2013 è stato più preciso: “I vostri compiti fondamentali implicheranno la conoscenza di molteplici multimedia (audio, video, foto, informational graphic, motion graphic ) per sostenere la nostra attività giornalistica principale “
“Uno dei bisogni più pressanti indicati dai giornalisti in svariati paesi è stata l’ acquisizione di nuove competenze specifiche relative al multimediale”, secondo i risultati di un recente studio realizzato attraverso un sondaggio di più di 29.000 giornalisti di tutto il mondo.
Nonostante il continuo uso del termine “multimedia”, comunque, non tutti i giornalisti ritengono che esso dovrebbe essere usato al giorno d’ oggi. Erich Maierson, un produttore di MediaStorm sin dal 2000,
detesta la parola multimedia.
Vi è un aspetto ironico in tutto questo perché, sino a poco tempo fa,
MediaStorm si definiva come uno “studio di produzione multimediale”…Tuttavia, Maierson ha spiegato: “Io ritengo che ‘multimedia’ sia il termine che abbiamo imparato ad usare per descrivere i fotografi che fanno documentari” (attualmente, MediaStorm si definisce uno “Studio di design interattivo e di produzione film” e produce per lo più video documentari. I progetti passati includono Crisis Guide: Iran, un buon esempio di multimedialità pre- “Snow Fall”).
Come Maierson, Robyn Tomlin afferma che, al giorno d’oggi, non userebbe il termine multimedia: Tomlin è direttrice di “Thunderdome”, una divisione di “Digital First Media”, gruppo editoriale con base a New York. Thunderdome è (o
meglio, era) lo hub della compagnia per la distribuzione dei contenuti digitali, nonché per la produzione e l’addestramento relativo a quel settore. “Invece di multimedia – ella afferma – io parlerei di video ed interattivi”. La Tomlin intende come “interattivi” il giornalismo dei dati, i programmi di archiviazione degli stessi ed altri programmi applicativi di informazione giornalistica “i quali aiutino il lettore a comprendere la storia che si sta tentando di raccontare” (da una intervita con l’autrice del settembre 2013).
Un progetto di alto profilo che ha stimolato la discussione circa le possibilità del multimedia è un racconto digitale del New York Times, risalente al 2012, “Snow Fall” . E’ un ambizioso e molto lodato progetto che combinava video, grafica animata, mappe, audio e sequenze fotografiche…un servizio lungo 17.000 parole, che si dipanava in sei parti. Nella sua realizzazione vediamo impiegate tecniche cinetiche di codifica web, spesso unificate tutte insieme sotto la definizione di “Parallax scrolling”, emerse nel 2012: sebbene non fosse stato il primo prodotto giornalistico ad impiegare queste tecniche, “Snow Fall” venne visto dai più come uno spartiacque nella narrazione online e multimedia, ed il fatto che esso abbia attratto quasi 3 milioni di visite nei primi dieci giorni di vita ne fa un importante punto di riferimento.Non dobbiamo dimenticare che produrre contenuti multimedia non è tanto una questione di mentalità quanto di abilità specifiche; gli imitatori di “Snow Fall” potrebbero, sbagliando, aggiungere fiorellini e fiocchetti, ma questo sarà ben lungi dal migliorare la storia medesima.

La narrazione multimediale evolve a mano a mano che i giornalisti sperimentano usando le possibilità offerte dai nuovi strumenti digitali e dalle nuove tecniche.
Io raccomando tre esempi più recenti che spingono la forma del racconto multimediale verso nuove ed avvincenti direzioni.

 
Cosa possiamo trarre, cosa possiamo imparare, da queste tre, diverse, storie?
 
NON RIPETERE
Nella narrazione multimedia vengono impiegati mezzi di comunicazione (non solo video), che sono interconnessi: idealmente ognuno di essi   viene usato in un modo che estrinsechi il meglio della sua forza e potenzialità; i componenti della storia sono plasmati per completarsi vicendevolmente: la ridondanza viene eliminata dall’ esperienza: è così, diciamolo…, se degli aspetti del racconto vengono narrati in video e ripetuti nel testo, gli utenti potrebbero perdere presto interesse.

INTEGRARE LE TIPOLOGIE DI MEDIA.
Non commettere l’errore di marginalizzare i mezzi di comunicazione visivi: non privilegiare il testo; posizionare grafica informativa laddove occorra alla narrazione, non all’aspetto globale ed estetico della pagina. Quando pianifica i racconti, il giornalista deve decidere che cosa davvero serva includere e cosa, viceversa, possa essere omesso: aggiungere troppo materiale, troppi spunti, può rendere una storia eccessivamente complicata e perfino “respingente” (troppo lunga e da non leggere)…Non vi è bisogno alcuno di migliaia di parole da leggere in un pezzo.
 
CATTURA L’ATTENZIONE DEL LETTORE VISIVAMENTE.
Una storia gradevole offre un aggancio, un invito all’azione, immediatamente, appena si mette occhio alla lettura.
 
IL NON LINEARE NON HA NESSUN BISOGNO DI ESSERE ANCHE COMPLICATO.
I pacchetti multimediali solitamente offrono opzioni per la navigazione interna ed esterna alla storia: spesso le opzioni non sono lineari, diversamente dallo stampato e dal televisivo; possiamo saltare tutte le parti che vogliamo e farlo da una parte all’ altra. Due diversi utenti potrebbero prendere percorsi completamente diversi od opposti, per attraversare il racconto (questo può sollevare il problema di quali informazioni e quale contesto gli utenti sentiranno la mancanza ed, ancora, sul fatto che, nella vita reale, eventi e situazioni sono sempre vissute differentemente dalle diverse persone in esse coinvolte). La narrazione multimediale offre ai giornalisti una opportunità di mostrare le svariate sfaccettature di una storia…in parallelo, a strati, giustapposte, ma senza che per questo ci sia bisogno di essere opprimenti.
 
LA BASSA INTERATTIVITA’ VA BENE.
Qualche racconto multimediale invita all’ interattività l’ utente (il lettore, lo spettatore), ma molti offrono una esperienza per lo più passiva: definire queste storie interattive non è accurato, in molti casi. Se un utente non ha scelta alcuna, a parte cliccare play, pausa o stop, quella storia non è interattiva affatto. Scorrere un sito web o strisciare su di un dispositivo mobile fornisce solo il più basso livello di interazione: gli ipertesti sono a malapena interattivi, dato che il cliccare su un link equivale a girare le pagine di un libro.
 
L’ IMMERSIONE PROFONDA CONTA ESPERIENZA TOTALIZZANTE DOMINA.
Portami dove non sono mai stato, mostrami qualcosa che non ho mai visto.
 
IL BUON SENSO GIORNALISTICO E’ ANCORA NECESSARIO.
Il giornalista fornisce organizzazione ed ordine, ma troppo di entrambi fa prevalere il suo punto di vista sulla realtà; aprire il racconto ad interpretazioni   più ampie   rappresenta una perdita di controllo che può disturbare qualche osservatore ( incluso qualche docente o qualche giornalista stesso). La decisione su ciò che va incluso e ciò che viene lasciato fuori appartiene sempre ai produttori del progetto.
 
Quindi, in conclusione, dobbiamo continuare ad usate il termine giornalismo multimediale?
 
Dobbiamo essere in grado di discutere sulla evoluzione delle forme di narrazione giornalistica e di criticarle, di valutare le meravigliose possibilità che ci vengono offerte dalle piattaforme digitali ed interattive. Narrazione multimediale appare un termine buono quanto un altro: non limitiamolo però mai a video o foto storie; abbracciamo tutti i tipi di media e di integrazione che abbiamo a disposizione e continuiamo ad imparare come usarli per aiutare la gente a comprendere il mondo in cui viviamo.                              


*Alcune parti di questo articolo provengono da un capitolo ( “Multimedia Journalism”) di Mindy McAdams del libro Ethics for Digital Journalists: Emerging Best Practices, edito da Lawrie Zion e David A. Craig, che verrà pubblicato in ottobre da Routledge.
(traduzione a cura di Maria Daniela Barbieri) fonte: LSDI.it
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Lee Marshall, giornalista britannico

Vizi e virtù del giornalismo multimediale

A Cannes, qualche giorno fa, mi sono trovato nel foyer della sala Debussy subito dopo una proiezione con un manipolo di altri giornalisti. Qualcuno di noi scambiava opinioni sul film appena visto, ma la maggior parte, me incluso, era intenta a twittare delle reazioni a caldo. Finita la twitterata collettiva, un collega inglese che segue il festival da tanti anni si è rivolto a me dicendo: “E pensare che fino a solo sette o otto anni fa l’unico impegno che avevo a Cannes era scrivere tre servizi: uno di apertura, un progress report a metà del festival, e un resoconto conclusivo”.
Personalmente credo che Twitter sia uno strumento utile per un corrispondente che si trova a raccontare un festival del cinema o un evento sportivo, una crisi politica o una guerra. Permette di seguire l’evolversi della situazione, comunicare drammi, notizie, entusiasmi, delusioni e battute in tempo reale. Inoltre è compatibile con i tempi brevi a disposizione tra un film/partita/risultato elettorale/bombardamento e l’altro, e non toglie l’appetito per quell’analisi ragionata e approfondita rappresentata dell’articolo, la recensione o la cronaca di un incontro (anche se, in campo culturale e forse non solo, c’è un pericolo in agguato: la reazione a caldo non sempre coincide con quella maturata dopo un paio d’ore o di giorni. Mi è successo con il film sui vampiri di Jim Jarmusch, Only lovers left alive, che quando ho twittato la mia recensione
con #leecrit sul live tweeting di Internazionale ho definito divertente ma minore; ma da quel momento mi si sta aprendo nella testa come una cozza).
Capisco la nostalgia del collega inglese per un tempo in cui il lavoro di un giornalista cartaceo era più facile. Ma non è il fatto che il giornalismo stia diventando sempre più multimediale a preoccuparmi. Il problema è come viene fatto. Se un giornalista con formazione cartacea è costretto a diventare cronista-fotografo-cameraman tuttofare, c’è il rischio che la qualità dei suoi servizi sia diluita nel nome di una richiesta insaziabile di
content. Per fare un esempio: un critico acuto come Peter Bradshaw del Guardian si è ridotto a fare, con inquadratura sghemba e immagini sfocate, una recensione (ironica, naturalmente) delle varie quotazioni del festival 2013 nel
suo video-diario del primo giorno.
Esempi positivi. Oggi, invece, mi sono imbattuto in due esempi virtuosi di giornalismo multimediale. Due dimostrazioni che non sempre la parola multimedia deve per forza significare quegli specchietti per le allodole che un mio amico giornalista italiano chiama “cazzilli”. I cazzilli sono quelle immagini, sui colonnini laterali dei quotidiani online, che mostrano gli errori di portieri norvegesi, ragazzi sauditi che cambiano due ruote di una macchina che sta viaggiando inclinata sulle altre due ruote, invecchiamenti fotoshop di giovani star eccetera.
Il primo esempio virtuoso è un’inchiesta di Repubblica
sulla violenza contro le donne in Italia. In realtà il livello di multimedialità è piuttosto rudimentale: si tratta di un alternarsi di articoli e video, e mancano le infografiche. Ma l’inchiesta è ben articolata, e vedere un marito violento pentito confessarsi in video e tutt’altra cosa che leggere un’intervista. Aggiunge delle sfumature emotive e morali che solo la presa diretta può cogliere.
Il secondo esempio di multimedialità virtuosa è della stessa testata del videoblog scarso citato prima: il Guardian. Prodotto per accompagnare il lancio dell’edizione australiana del giornale online, svela il contesto di una serie di foto, riprodotte in tutto il mondo nel gennaio scorso, di una famiglia della Tasmania che durante
un incendio boschivo devastante ha cercato rifugio nell’acqua sotto un pontile.
Vi ricordate della nonna con i cinque nipotini che si aiutano a tenersi a galla mentre il fuoco consuma tutto intorno? Integrando foto, video e testo in modo innovativo – per esempio quando lo sfondo fotografico di un articolo comincia a muoversi, diventando video –
il servizio del Guardian illumina quello che è successo prima, durante e dopo la famosa serie di foto. Spiega il contesto ecologico e climatico degli incendi boschivi sempre più comuni in Australia e colloca la storia di una famiglia che scopriamo di essere colta, affettuosa, sensibile, nel contesto di una società che si sta interrogando sul proprio futuro in un territorio che a causa del riscaldamento globale sta diventando sempre di più una tierra del fuego.
Per molti di noi, quella foto della famiglia australiana sotto il pontile in una tempesta di fuoco era forse l’equivalente di un cazzillo, una cosa che ci provoca un’emozione per qualche secondo prima di passare al gattino che russa o a un video girato con uno smartphone che mostra una gru che casca su un palazzo in Russia. Ma il bel servizio del Guardian, e anche quello di Repubblica sulla violenza contro le donne, dimostrano che il giornalismo multimediale non deve vivere solo di cazzilli.
Fonte: Internazionale.it
http://www.internazionale.it/opinione/lee-marshall/2013/05/28/vizi-e-virtu-del-giornalismo-multimediale


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Alessandro Oliva, Ejo student assistant

Multiskilling, la nuova produttività del giornalismo

In Polonia, Russia e Svezia la presenza del multiskilling, ossia la capacità di operare produttivamente su più fronti e per diverse piattaforme, è ormai chiara e tangibile nelle redazioni: in un sondaggio che ha esaminato le opinioni e le esperienze di 1500 giornalisti provenienti dai tre paesi, quasi la metà si è infatti descritta come reporter multi-operativo, una fetta più ampia (58%) ha ammesso che l’azienda per cui lavora si aspetta tale abilità e una fetta ancora più ampia del campione analizzato (73%) ha concordato sul fatto che i giornalisti del futuro saranno sempre più “multiskilled”.
La multi-operatività, al contempo, pur evidenziandosi come un nuovo trend lavorativo rivoluzionario a livello operativo e concettuale, non è stata però recepita allo stesso modo nelle nazioni prese in esame, tanto da svilupparsi in maniera diversa: prevalentemente positivi in Polonia e in Russia, negativi e critici in Svezia. Sono questi i risultati primari a cui è giunto
Gunnar Nygren, professore dell’università di Södertörn e autore dello studio Multiskilling in the Newsroom: De-skilling or Re-skilling of Journalistic Work.
L’obiettivo di Nygren: la parola ai giornalisti La ricerca è stata realizzata nella primavera del 2012 con un particolare obiettivo: comprendere l’atteggiamento degli stessi giornalisti verso il fenomeno del multiskilling quale abilità di gestire più livelli produttivi (dalla ripresa all’editing) in ottica multi-piattaforma, osservare come diversi sistemi mediatici affrontano il fenomeno e capire le ragioni dell’eventuale differenziazione in modo da inquadrare infine la multi-operatività come un caso di upskilling o di deskilling.
Per raggiungere questo scopo la ricerca si è dunque avvalsa di sondaggi, approfonditi poi in un numero ristretto di interviste (60) con tre gruppi di 500 giornalisti complessivi provenienti rispettivamente dai territori svedesi, polacchi e russi ed eterogenei sia per età, che per genere e tipologia di media di appartenenza. I risultati dunque indagano atteggiamenti e idee che trovano spiegazione in vari fattori, dall’età all’esperienza, differendo quindi da paese a paese.
Attitudini positive e negative verso il multiskilling: ragioni alla base Partendo infatti dall’attitudine generale verso il multiskilling, si può notare, secondo lo studio di Nygren, come essa sia bivalente: se il 50% dei giornalisti, specialmente in ambito russo, esalta le maggiori libertà e opportunità in termini creativi e di autonomia derivate dal poter gestire indipendentemente più aspetti, il 34% vede il multiskilling come responsabile di un netto calo qualitativo del proprio lavoro a causa della dispersività e del sacrificio delle proprie abilità principali a favore di altre.
Questi atteggiamenti tuttavia dipendono da diversi fattori, in primis l’età e la familiarità: sono i giornalisti più giovani a mostrare maggiore entusiasmo e a sentirsi più multiskilled, come del resto chi ha già avuto esperienza pratica del fenomeno. Altro nodo cruciale è poi il tipo di media di riferimento: i giornalisti radiotelevisivi, a causa del loro continuo contatto con la tecnologia e della necessità di saperla utilizzare, vedono molto più di buon occhio il multiskilling, a differenza dei loro colleghi della carta stampata, abituati invece a una rigida divisione del lavoro. Infine, le redazioni a personale ridotto percepiscono come inevitabile la multi-operatività e sono costrette ad accettarla, mentre i colleghi abituati ad ambienti di lavoro più grandi e più specializzati avvertono il multiskilling come una strategia di riduzione del personale.
Differenziazioni nazionali In base a questo quadro si possono quindi comprendere le differenze e peculiarità nazionali, in cui si può assistere a una scissione: da un lato Polonia e Russia, i cui giornalisti sono molto positivi e fiduciosi nell’autonomia e libertà creativa derivanti dal multiskilling; dall’altro la Svezia, il più negativo e critico dei tre paesi, in cui la maggior parte degli intervistati inquadra la multi-operatività come una minaccia alla qualità del giornalismo.
La ragione, in accordo ai fattori prima descritti, risiede nel fatto che in quest’ultima nazione i giornalisti sono generalmente più anziani (il 38% è over 50, mentre in Russia sono il 7% e in Polonia il 18%, nda) e meno esperti di multiskilling. Ancora più rilevante è però il fatto che il numero di giornalisti presenti nel settore radiotelevisivo e online in Svezia è molto minore rispetto a quello riscontrabile in Polonia e in Russia; in altri termini i giornalisti sono fortemente concentrati nelle redazioni della carta stampata, un settore tuttora soggetto a una forte compartimentazione e a una certa resistenza ai cambiamenti. Ciò che accomuna i tre paesi sono invece le preoccupazioni inerenti il calo qualitativo che si ripresentano comunque a tutti i livelli: ad ogni età, in ogni cultura mediatica, in esperti e non.
Non una strategia di downsizing, ma una rivoluzione lavorativa Il multiskilling, secondo lo studio di Nygren, non sarebbe tuttavia una delle cause dei tagli al personale operati da molte redazioni in un’ottica di efficienza e risparmio. Questo in considerazione del semplice fatto che l’aspettativa di multiskilling da parte delle redazioni sarebbe uguale tanto in quelle con staff in calo quanto quelle con personale in crescita, secondo quanto dichiarato dagli stessi giornalisti. Certo è che il multiskilling ha comportato cambiamenti comuni a tutte le redazioni.
Se infatti in Svezia ci si è concentrati maggiormente sul lavoro di scrittura ed editing, in Polonia e Russia le competenze giornalistiche si sono invece ampliate integralmente, toccando anche campi come layout, fotografia, ricerca e relazioni con il pubblico. Resta comunque un trend unitario il fatto che le attività legate alla produzione di materiale siano esponenzialmente cresciute in tutte e tre le nazioni e in modo direttamente proporzionale alla richiesta di multiskilling da parte delle redazioni. I giornalisti, in sostanza,
scrivono di più, fotografano di più, riprendono di più, fanno più editing multipiattaforma e riciclano dunque i contenuti, lavorando tendenzialmente più all’interno della redazione che all’esterno.
In conclusione, afferma Nygren, il multiskilling non può essere considerato un deskilling, ma al contrario una rivoluzione lavorativa, un nuovo standard delle industrie mediatiche con nuove tendenze come la predilezione per il lavoro dalla scrivania rispetto a quello sul campo; la crescita di una cultura di produzione convergente sempre più diversificata dalla vecchia cultura della carta, rigida e segmentata; una sempre più evidente contrapposizione tra giornalisti anziani e giovani e, infine, la nascita di nuove redazioni di desk editor dediti al riutilizzo di contenuti, affiancati da poche star giornalistiche autrici di grandi editoriali e colonne.
Fonte: http://it.ejo.ch
http://it.ejo.ch/cultura-professionale/multiskilling-la-nuova-produttivita-del-giornalismo