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Lee Marshall, giornalista britannico


Vizi e virtù del giornalismo multimediale

A Cannes, qualche giorno fa, mi sono trovato nel foyer della sala Debussy subito dopo una proiezione con un manipolo di altri giornalisti. Qualcuno di noi scambiava opinioni sul film appena visto, ma la maggior parte, me incluso, era intenta a twittare delle reazioni a caldo. Finita la twitterata collettiva, un collega inglese che segue il festival da tanti anni si è rivolto a me dicendo: “E pensare che fino a solo sette o otto anni fa l’unico impegno che avevo a Cannes era scrivere tre servizi: uno di apertura, un progress report a metà del festival, e un resoconto conclusivo”.
Personalmente credo che Twitter sia uno strumento utile per un corrispondente che si trova a raccontare un festival del cinema o un evento sportivo, una crisi politica o una guerra. Permette di seguire l’evolversi della situazione, comunicare drammi, notizie, entusiasmi, delusioni e battute in tempo reale. Inoltre è compatibile con i tempi brevi a disposizione tra un film/partita/risultato elettorale/bombardamento e l’altro, e non toglie l’appetito per quell’analisi ragionata e approfondita rappresentata dell’articolo, la recensione o la cronaca di un incontro (anche se, in campo culturale e forse non solo, c’è un pericolo in agguato: la reazione a caldo non sempre coincide con quella maturata dopo un paio d’ore o di giorni. Mi è successo con il film sui vampiri di Jim Jarmusch, Only lovers left alive, che quando ho twittato la mia recensione
con #leecrit sul live tweeting di Internazionale ho definito divertente ma minore; ma da quel momento mi si sta aprendo nella testa come una cozza).
Capisco la nostalgia del collega inglese per un tempo in cui il lavoro di un giornalista cartaceo era più facile. Ma non è il fatto che il giornalismo stia diventando sempre più multimediale a preoccuparmi. Il problema è come viene fatto. Se un giornalista con formazione cartacea è costretto a diventare cronista-fotografo-cameraman tuttofare, c’è il rischio che la qualità dei suoi servizi sia diluita nel nome di una richiesta insaziabile di
content. Per fare un esempio: un critico acuto come Peter Bradshaw del Guardian si è ridotto a fare, con inquadratura sghemba e immagini sfocate, una recensione (ironica, naturalmente) delle varie quotazioni del festival 2013 nel
suo video-diario del primo giorno.
Esempi positivi. Oggi, invece, mi sono imbattuto in due esempi virtuosi di giornalismo multimediale. Due dimostrazioni che non sempre la parola multimedia deve per forza significare quegli specchietti per le allodole che un mio amico giornalista italiano chiama “cazzilli”. I cazzilli sono quelle immagini, sui colonnini laterali dei quotidiani online, che mostrano gli errori di portieri norvegesi, ragazzi sauditi che cambiano due ruote di una macchina che sta viaggiando inclinata sulle altre due ruote, invecchiamenti fotoshop di giovani star eccetera.
Il primo esempio virtuoso è un’inchiesta di Repubblica
sulla violenza contro le donne in Italia. In realtà il livello di multimedialità è piuttosto rudimentale: si tratta di un alternarsi di articoli e video, e mancano le infografiche. Ma l’inchiesta è ben articolata, e vedere un marito violento pentito confessarsi in video e tutt’altra cosa che leggere un’intervista. Aggiunge delle sfumature emotive e morali che solo la presa diretta può cogliere.
Il secondo esempio di multimedialità virtuosa è della stessa testata del videoblog scarso citato prima: il Guardian. Prodotto per accompagnare il lancio dell’edizione australiana del giornale online, svela il contesto di una serie di foto, riprodotte in tutto il mondo nel gennaio scorso, di una famiglia della Tasmania che durante
un incendio boschivo devastante ha cercato rifugio nell’acqua sotto un pontile.
Vi ricordate della nonna con i cinque nipotini che si aiutano a tenersi a galla mentre il fuoco consuma tutto intorno? Integrando foto, video e testo in modo innovativo – per esempio quando lo sfondo fotografico di un articolo comincia a muoversi, diventando video –
il servizio del Guardian illumina quello che è successo prima, durante e dopo la famosa serie di foto. Spiega il contesto ecologico e climatico degli incendi boschivi sempre più comuni in Australia e colloca la storia di una famiglia che scopriamo di essere colta, affettuosa, sensibile, nel contesto di una società che si sta interrogando sul proprio futuro in un territorio che a causa del riscaldamento globale sta diventando sempre di più una tierra del fuego.
Per molti di noi, quella foto della famiglia australiana sotto il pontile in una tempesta di fuoco era forse l’equivalente di un cazzillo, una cosa che ci provoca un’emozione per qualche secondo prima di passare al gattino che russa o a un video girato con uno smartphone che mostra una gru che casca su un palazzo in Russia. Ma il bel servizio del Guardian, e anche quello di Repubblica sulla violenza contro le donne, dimostrano che il giornalismo multimediale non deve vivere solo di cazzilli.

Fonte: Internazionale.it
http://www.internazionale.it/opinione/lee-marshall/2013/05/28/vizi-e-virtu-del-giornalismo-multimediale


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Alessandro Oliva, Ejo student assistant


Multiskilling, la nuova produttività del giornalismo

In Polonia, Russia e Svezia la presenza del multiskilling, ossia la capacità di operare produttivamente su più fronti e per diverse piattaforme, è ormai chiara e tangibile nelle redazioni: in un sondaggio che ha esaminato le opinioni e le esperienze di 1500 giornalisti provenienti dai tre paesi, quasi la metà si è infatti descritta come reporter multi-operativo, una fetta più ampia (58%) ha ammesso che l’azienda per cui lavora si aspetta tale abilità e una fetta ancora più ampia del campione analizzato (73%) ha concordato sul fatto che i giornalisti del futuro saranno sempre più “multiskilled”.
La multi-operatività, al contempo, pur evidenziandosi come un nuovo trend lavorativo rivoluzionario a livello operativo e concettuale, non è stata però recepita allo stesso modo nelle nazioni prese in esame, tanto da svilupparsi in maniera diversa: prevalentemente positivi in Polonia e in Russia, negativi e critici in Svezia. Sono questi i risultati primari a cui è giunto
Gunnar Nygren, professore dell’università di Södertörn e autore dello studio Multiskilling in the Newsroom: De-skilling or Re-skilling of Journalistic Work.
L’obiettivo di Nygren: la parola ai giornalisti La ricerca è stata realizzata nella primavera del 2012 con un particolare obiettivo: comprendere l’atteggiamento degli stessi giornalisti verso il fenomeno del multiskilling quale abilità di gestire più livelli produttivi (dalla ripresa all’editing) in ottica multi-piattaforma, osservare come diversi sistemi mediatici affrontano il fenomeno e capire le ragioni dell’eventuale differenziazione in modo da inquadrare infine la multi-operatività come un caso di upskilling o di deskilling.
Per raggiungere questo scopo la ricerca si è dunque avvalsa di sondaggi, approfonditi poi in un numero ristretto di interviste (60) con tre gruppi di 500 giornalisti complessivi provenienti rispettivamente dai territori svedesi, polacchi e russi ed eterogenei sia per età, che per genere e tipologia di media di appartenenza. I risultati dunque indagano atteggiamenti e idee che trovano spiegazione in vari fattori, dall’età all’esperienza, differendo quindi da paese a paese.
Attitudini positive e negative verso il multiskilling: ragioni alla base Partendo infatti dall’attitudine generale verso il multiskilling, si può notare, secondo lo studio di Nygren, come essa sia bivalente: se il 50% dei giornalisti, specialmente in ambito russo, esalta le maggiori libertà e opportunità in termini creativi e di autonomia derivate dal poter gestire indipendentemente più aspetti, il 34% vede il multiskilling come responsabile di un netto calo qualitativo del proprio lavoro a causa della dispersività e del sacrificio delle proprie abilità principali a favore di altre.
Questi atteggiamenti tuttavia dipendono da diversi fattori, in primis l’età e la familiarità: sono i giornalisti più giovani a mostrare maggiore entusiasmo e a sentirsi più multiskilled, come del resto chi ha già avuto esperienza pratica del fenomeno. Altro nodo cruciale è poi il tipo di media di riferimento: i giornalisti radiotelevisivi, a causa del loro continuo contatto con la tecnologia e della necessità di saperla utilizzare, vedono molto più di buon occhio il multiskilling, a differenza dei loro colleghi della carta stampata, abituati invece a una rigida divisione del lavoro. Infine, le redazioni a personale ridotto percepiscono come inevitabile la multi-operatività e sono costrette ad accettarla, mentre i colleghi abituati ad ambienti di lavoro più grandi e più specializzati avvertono il multiskilling come una strategia di riduzione del personale.
Differenziazioni nazionali In base a questo quadro si possono quindi comprendere le differenze e peculiarità nazionali, in cui si può assistere a una scissione: da un lato Polonia e Russia, i cui giornalisti sono molto positivi e fiduciosi nell’autonomia e libertà creativa derivanti dal multiskilling; dall’altro la Svezia, il più negativo e critico dei tre paesi, in cui la maggior parte degli intervistati inquadra la multi-operatività come una minaccia alla qualità del giornalismo.
La ragione, in accordo ai fattori prima descritti, risiede nel fatto che in quest’ultima nazione i giornalisti sono generalmente più anziani (il 38% è over 50, mentre in Russia sono il 7% e in Polonia il 18%, nda) e meno esperti di multiskilling. Ancora più rilevante è però il fatto che il numero di giornalisti presenti nel settore radiotelevisivo e online in Svezia è molto minore rispetto a quello riscontrabile in Polonia e in Russia; in altri termini i giornalisti sono fortemente concentrati nelle redazioni della carta stampata, un settore tuttora soggetto a una forte compartimentazione e a una certa resistenza ai cambiamenti. Ciò che accomuna i tre paesi sono invece le preoccupazioni inerenti il calo qualitativo che si ripresentano comunque a tutti i livelli: ad ogni età, in ogni cultura mediatica, in esperti e non.
Non una strategia di downsizing, ma una rivoluzione lavorativa Il multiskilling, secondo lo studio di Nygren, non sarebbe tuttavia una delle cause dei tagli al personale operati da molte redazioni in un’ottica di efficienza e risparmio. Questo in considerazione del semplice fatto che l’aspettativa di multiskilling da parte delle redazioni sarebbe uguale tanto in quelle con staff in calo quanto quelle con personale in crescita, secondo quanto dichiarato dagli stessi giornalisti. Certo è che il multiskilling ha comportato cambiamenti comuni a tutte le redazioni.
Se infatti in Svezia ci si è concentrati maggiormente sul lavoro di scrittura ed editing, in Polonia e Russia le competenze giornalistiche si sono invece ampliate integralmente, toccando anche campi come layout, fotografia, ricerca e relazioni con il pubblico. Resta comunque un trend unitario il fatto che le attività legate alla produzione di materiale siano esponenzialmente cresciute in tutte e tre le nazioni e in modo direttamente proporzionale alla richiesta di multiskilling da parte delle redazioni. I giornalisti, in sostanza,
scrivono di più, fotografano di più, riprendono di più, fanno più editing multipiattaforma e riciclano dunque i contenuti, lavorando tendenzialmente più all’interno della redazione che all’esterno.
In conclusione, afferma Nygren, il multiskilling non può essere considerato un deskilling, ma al contrario una rivoluzione lavorativa, un nuovo standard delle industrie mediatiche con nuove tendenze come la predilezione per il lavoro dalla scrivania rispetto a quello sul campo; la crescita di una cultura di produzione convergente sempre più diversificata dalla vecchia cultura della carta, rigida e segmentata; una sempre più evidente contrapposizione tra giornalisti anziani e giovani e, infine, la nascita di nuove redazioni di desk editor dediti al riutilizzo di contenuti, affiancati da poche star giornalistiche autrici di grandi editoriali e colonne.

Fonte: http://it.ejo.ch
http://it.ejo.ch/cultura-professionale/multiskilling-la-nuova-produttivita-del-giornalismo