Fotogiornalismo

zizola

Il dovere di testimoniare, le nuove tecnologie, l'etica. Le tragedie dell'umanità riflesse nello sguardo dei bambini. Il grande fotografo Francesco Zizola si racconta...

Professione fotoreporter

Bombardati come siamo giorno e notte dalle immagini crediamo di vedere di tutto e di più. Non ci rendiamo conto invece di quanto in tempi di comunicazione globale e di visibilità planetaria questa overdose possa produrre paradossalmente il suo contrario. Vaste zone d'ombra mediatica. Pantani grigi di indifferenza. Buchi neri che creano nuove zone di invisibilità. È in queste crepe della cronaca, in queste lande disturbanti e insostenibili per la nostra buona coscienza che lavora il fotoreporter. Il testimone della Storia che non ritrae lo sguardo davanti alla fame, alla miseria, alla guerra e alle tragedie patite dall'umanità. Ma usa della forza perturbante delle sue foto per aprire gli occhi al mondo.
Faccio queste considerazioni mentre penso a Francesco Zizola e alla mostra intitolata "Born Somewhere" (Museo di Roma in Trastevere, fino al 24 settembre), 90 fotografie che raccontano la condizione dell'infanzia. Un lavoro a cui Zizola, uno dei pochi italiani ad aver vinto per ben cinque volte il World Press Photo ha dedicato tredici anni di viaggi e reportage. Foto che squarciano il velo sul tabù dell'infanzia negata di milioni di bambini che vivono in cinque continenti e 27 paesi del pianeta. Sguardi che provegono da nazioni distrutte dalla guerra (Angola, Sudan, Afghanistan e Iraq); dal Brasile e dall'Indonesia dove si sfrutta sistematicamente il lavoro minorile; dal Mozambico e dal Kenia dove molti bambini sono orfani a causa dell'Aids. Ma anche da Giappone, Stati Uniti, Italia dove la condizione dell'infanzia è ben altra, dal punto di vista del benessere e del consumo, ma la solitudine dei bambini è spesso la stessa. Fino alle immagini più recenti, scattate in Uganda, dove migliaia di ragazzini ogni notte si rifugiano nelle città e nei villaggi per sfuggire al reclutamento forzato della milizia ribelle.
Nell'intervista che segue Zizola oltre a commentare alcune foto, racconta come ha costruito questa storia per immagini, nata come provocazione verso il fotogiornalismo di superficie che oggi va per la maggiore. Zizola parla degli sguardi dei suoi bambini e della domanda che i loro sguardi pongono a noi, adulti occidentali. Parla dei suoi esordi come fotoreporter, dell'ascesa e del declino dell'agenzia Magnum della quale ha fatto parte. Parla dei problemi che pone il rappresentare la morte. Parla di questioni etiche. E della molla interiore che lo spinge a fotografare ciò che non vorremo mai guardare: l'obbligo di testimoniare.

Estratti audio:
magnumdownChe cosa ha rappresentato l'agenzia Magnum nella storia del fotogiornalismo e nella storia personale di Francesco Zizola (2' min. e 04'')
satelliti_settimanalidownL'introduzione del satellite televisivo ha ucciso il fotogiornalismo del magazine. Un'occasione mancata di rinnovamento (4' min. e 34'')
valoredownLe immagini fotografiche non sono un linguaggio universale. Raccontano cose diverse a culture diverse (1' min. e 50'')
eticadownÈ sempre meno netto il confine tra fotogiornalismo e fotografia in generale: una crisi che riguarda tutto il giornalismo, non solo quello fotografico (1' min. e 50'')
mortedownFotografare una persona è un atto predatorio, tanto più in situazioni drammatiche. Ma c?è un dovere: essere testimoni (5' min. e 08'')